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Simone Trimarchi

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venerdì 23 maggio 2008

Scontri a Savona: Quale è il limite per essere nel giusto?

L’8 Aprile del 2008, Berlusconi è venuto a Savona per fare un comizio per la campagna elettorale del PDL. Alcuni ragazzi sono andati alla manifestazione a contestare il candidato, mettendosi dei nasi di Pinocchio per accusarlo di dire soltanto bugie. Durante la giornata si è verificato uno scontro, tra questi manifestanti e la polizia: alcuni di loro e un paio di poliziotti sono ricorsi al pronto soccorso per i danni subiti e tutti i giovani, successivamente, hanno appreso sui giornali di essere stati denunciati, senza sapere di cosa sono stati accusati. Alcuni esponenti locali e nazionali della Sinistra L’Arcobaleno hanno paragonato questa faccenda al G8 di Genova, dicendo che il comportamento delle forze dell’ordine risulta inaccettabile. Tuttavia, i mass media non se ne sono occupati molto, tant’è che le poche cose che sappiamo su questi fatti le abbiamo apprese leggendo un articolo de “Il secolo XIX”. Questo episodio ci ha portati a fare una riflessione generale sul comportamento della polizia e sul rapporto che c’è tra l’arma e i media. Dal momento che noi due abbiamo idee opposte sulla questione, abbiamo deciso di fare un piccolo dibattito sulla questione, rivolgendoci due domande a testa.

Intervista di Yuri Saitta a Sonia Bosio

Secondo te ci sono delle analogie fra ciò che è accaduto a Savona e ciò che è successo al G8 di Genova? Cosa ne pensi del comportamento della polizia in questi due episodi e, in generale, alle manifestazioni?

No, secondo me non vi è nessuna analogia: nel caso di Genova ritengo che abbiano sbagliato i poliziotti, sia nell'organizzazione della sicurezza, sia nel modo con cui sono intervenuti senza lasciare via libere per quei manifestanti che si sono trovati in mezzo alla rissa senza accorgersene. A Savona invece è stato solo un intervento per riportare l'ordine: non penso che siano intervenuti solo perchè dei ragazzi avevano i nasi da pinocchio per sbeffeggiare Berlusconi, ma perchè avevano un buon motivo... e questa opinione può essere supportata dalla denuncia fatta dalla polizia ai danni dei protestanti (che non sanno neanche perchè sono stati denunciati...). In generale penso che il lavoro che fa la polizia è giusto, ma come sempre, ci possono essere delle eccezioni

I mass media, a parte “Il secolo XIX”, non hanno parlato molto dei fatti di Savona. Secondo te i giornali e le televisioni hanno voluto nascondere i fatti?

I fatti non sono stati strumentalizzati nè nascosti, non ci possiamo stupire se il comportamento dei media non è stato così puntuale... Tanti casi non vengono riportati da fonti diffuse, come il telegiornale, e rimangono notizie solo a livello locale. L'episodio di Savona è uno di questi casi: non è stato fatto, a mio parere, per nascondere quello che i poliziotti hanno fatto, anche perchè hanno fatto solo il loro lavoro. Forse un gruppo di ragazzi che sono stati arrestati per un valido motivo non fa più notizia...

Intervista di Sonia Bosio a Yuri Saitta

Perchè ogni volta che succede qualche episodio simile, non si parla mai, o per lo meno come si dovrebbe, del comportamento dei manifestanti? Perchè in caso di qualche scontro tra manifestanti e poliziotti, l'attenzione cade sempre sul comportamento di quest'ultimi?

Secondo me tutto ciò non è vero. Penso, invece, che appena c’è qualche errore o esagerazione da parte dei manifestanti si tende ad esaltarla, magari con l’intento di giustificare almeno in parte il comportamento delle forze dell’ordine. Inoltre, a parità di comportamento, i giudici condannano sempre i dimostranti, mentre i poliziotti spesso ricevono delle promozioni. Anche se il tuo ragionamento fosse vero, la cosa non sarebbe sbagliata, in quanto l’arma ha una maggiore responsabilità rispetto ai dimostranti. Infatti, mentre tra di loro ci può essere lo stupido che cerca lo scontro, tra la polizia questi personaggi non ci devono assolutamente essere, perché l’addestramento per i poliziotti dovrebbe mirare a fargli mantenere la calma e la massima razionalità, soprattutto nelle situazioni più difficili. Visti i risultati le cose non stanno così, quindi è giusto che l’attenzione si concentri maggiormente sulla polizia. Questo, purtroppo, non avviene quasi mai.

Riguardo al comportamento dei media intorno a questa faccenda, pensi che sia stato fatto di proposito, proprio per mettere a tacere tutto? Ritieni che in un certo senso i media cerchino di nascondere le reazioni negative della polizia?

Questo mi pare evidente, e non mi riferisco soltanto al caso di Savona, ma anche ad altri casi. I mass media, soprattutto le televisioni, non solo cercano di nascondere le reazioni negative della polizia, ma esaltano la figura del poliziotto. Questo non accade soltanto nei telegiornali o nei servizi d’approfondimento, ma anche nei programmi d’intrattenimento, basti pensare alle fiction televisive, che hanno come protagonisti quasi sempre santi, preti e poliziotti. Credo, invece, che sarebbe molto meglio che i media facciano una riflessione sul comportamento dell’arma, ma so che, purtroppo, non avverrà mai.

Il "miracolo" italiano




Il 13 e il 14 Aprile 2008 si sono tenute le elezioni politiche, dopo solo due anni di governo Prodi. La situazione, rispetto a quella del 2006, è molto cambiata, in Il “miracolo” Italiano quanto i candidati premier sono stati 14, di cui solo quattro potevano avere una buona rilevanza elettorale, ovvero Silvio Berlusconi (PDL, Lega Nord, MPA), Walter Veltroni (PD, Italia dei Valori), Fausto Bertinotti (La sinistra l’arcobaleno), Pier Ferdinando Casini (Unione di Centro). I primi due leader avevano grandi possibilità di salire a Palazzo Chigi, mentre gli altri due potevano più che altro rappresentare una buona opposizione parlamentare.Come i sondaggi prevedevano, la coalizione guidata da Berlusconi ha vinto le elezioni e, un po’ a sorpresa, con una fortissima distanza sia alla Camera che al Senato dal suo principale contendente. Il candidato premier del PDL negli ultimi giorni di campagna elettorale ha delirato completamente, facendo dichiarazioni oggettivamente idiote e offensive sui precari (dicendo ad una ragazza di sposarsi un milionario), sul Presidente della Repubblica (valutando la possibilità di sue dimissioni dopo le elezioni) e sui magistrati (proponendo di fargli dei test per verificare la loro salute mentale), quasi tutte smentite il giorno dopo. E’ altamente probabile che data la veneranda età, Berlusconi abbia avuto un attacco di Alzhaimer al giorno, peccato solo che non abbia mai dimenticato di essere lui il candidato presidente, sarebbe stato bello il contrario. Anche il Ku Klux Klan del nord d’Italia (la Lega) ha regalato agli italiani delle performance a dir poco tragicomiche, tra cui il manifesto dell’Indiano e le varie affermazioni di Bossi, che minacciava continuamente di imbracciare i fucili nel caso di sconfitta. Le liste del Popolo della Libertà avevano al loro interno, oltre ai soliti personaggi, delle persone dichiaratamente nostalgiche del fascismo come la Mussolini e Ciarrapico, facendo diventare il PDL non un partito conservatore di stampo europeo, ma piuttosto una lista di destra quasi estrema, alleata, tra l’altro, con degli xenofobi che rappresentano la più grande vergogna per questo Paese. Uscita sconfitta, ma solida, è stata la coalizione di centro-sinistra, formata dal Partito Democratico e dall’Italia dei Valori. Mentre quest’ultimo partito è rimasto più o meno fedele ai suoi ideali, il PD è diventato sempre più moderato, facendo scomparire quasi del tutto dichiarazioni di sinistra. Purtroppo questo confluire al centro non si è attuato soltanto nelle affermazioni, ma anche e soprattutto negli atti politici, primi fra tutti la rottura con la Sinistra L’Arcobaleno e la composizione delle liste. Quest’ultima è stata la parte più bassa di tutta la campagna elettorale veltroniana, in quanto l’ex sindaco di Roma ha preparato un minestrone a dir poco indigesto, mettendo insieme l’operaio della Thyssen con l’imprenditore di destra Calearo, la radicale e anticlericale Bonino con la teodem Binetti, l’ex presidente dei giovani di confindustria Matteo Colannino con la precaria. Il vicesegretario del partito Franceschini, per giustificare queste liste, ha spiegato che un grande partito deve rispecchiare il paese. Forse il vice di Veltroni non sa che un partito è per sua stessa definizione di parte e, che, di conseguenza, non gli spetta il compito di rappresentare tutto e tutti, ma piuttosto una sola fetta del paese. Chi ha invece questa “missione” è il Parlamento, che attraverso i vari partiti che lo compongono, può contenere tutte le anime e le opinioni del paese. La realtà è che Veltroni ha voluto rompere con la sinistra, per attuare una politica di centro, che accontenti soprattutto i poteri forti, italiani ed esteri. Lo si vede d’altronde nel suo programma di governo, che in molti aspetti è simile, se non identico, a quello del PDL. Infatti, sia l’uno che l’altro vogliono fare la Tav, entrambi hanno intenzione di continuare a finanziare e, probabilmente, di aumentare le spese per le missioni di “pace” con carri armati e fucili in Afghanistan, tutti e due manterranno la legge Biagi sulla precarietà, entrambi reallizeranno l’ampiamento della base Usa a Vicenza, ecc,ecc. D’altra parte entrambi hanno l’opinione che la politica non si deve basare su delle idee di fondo sulla società, ma piuttosto sulla soluzione pragmatica di un programma governativo sempre e comunque di mediazione tra le parti, privilegiando però i poteri forti tra cui confindustria, Chiesa e USA. Personalmente non condivido questa idea, in quanto penso che la politica non sia solo soluzione dei problemi, ma che sia anche passione, sogno, analisi della società e contatto con la popolazione. Quello che tra i due partiti è decisamente diverso è l’atteggiamento: mentre Berlusconi dimostra di aver scarso senso dello Stato, lanciandosi in dichiarazioni un po’ arroganti e compiendo gesti non del tutto civili (ad esempio l’aver stracciato il programma dell’opposto schieramento e le varie brutte figure che ci ha fatto fare in Europa quando era al governo), Veltroni risulta invece persona più mite e pacata, molte volte buonista e banale, sia nei gesti che nelle dichiarazioni, rispettando sempre però le alte cariche dello Stato e le istituzioni in generale, al contrario di come fa il suo principale avversario. L’altro partito ha avuto un risultato elettorale non del tutto negativo è stato l’UDC di Casini, che almeno è riuscito ad entrare in Parlamento, sia alla Camera che al Senato. Dal punto di vista comunicativo a Casini non può essere rimproverato nulla di particolare,ma ciò che risulta francamente inaccettabile è la presenza nelle sue liste di molti condannati in via definitiva per reati gravi, tra cui spicca l’orrenda figura di Totò Cuffaro (quello dei cannoli, per intenderci), che appena due mesi fa era stato condannato per collaborazione con la mafia. La più grande tragedia di queste elezioni,insieme all’ascesa del Ku Klux Klan padano, è la disfatta e la scomparsa parlamentare de “La sinistra - l’arcobaleno”, che un po’ a sorpresa ha ottenuto solo il 3% dei voti. Indubbiamente
i dirigenti di questa lista elettorale hanno fatto un errore dopo l’altro, a partire dalla scelta di Bertinotti di andare a fare il presidente della Camera invece del ministro del lavoro, una decisione che ha avuto delle conseguenze davvero pessime, basti pensare che la sinistra non ha ottenuto nulla da questo esecutivo e che ha dovuto sempre votare cose su cui era completamente contraria (missioni militari, ad esempio), e, allo stesso tempo, era vista dai media come la forza che più ostacolava il governo, quando in realtà erano le forze centriste a farlo in maniera più pregnante. Insomma, un gran pasticcio da cui era molto difficile uscirne, in quanto se non otteneva quello che voleva, come è sempre successo, perdeva credibilità di fronte ai suoi elettori e se, invece, spingeva il governo ad attuare misure più “radicali” era vista dalla maggior parte di cittadini di centro-sinistra come la spina al fianco di Prodi. La sinistra – l’arcobaleno è stata divorata prima di tutto dall’astensione, e poi dal Partito Democratico, che è riuscito a prendere i voti radicali grazie alla strategia del famigerato voto utile (che si è rivelato semplicemente dannoso, in quanto non è servito a battere Berlusconi e, allo stesso tempo, ha contribuito alla scomparsa della sinistra); dall’Italia dei Valori, che ha cavalcato in modo furbesco la cosiddetta antipolitica di Grillo; dalla Lega Nord, che a sorpresa è riuscita a prendere voti operai; infine, dal Partito comunista dei lavoratori e da Sinistra Critica, i due fuoriusciti da Rifondazione Comunista, che da soli non hanno raggiunto l’1% dei voti, ma sommati insieme sì. Il nuovo Parlamento avrà soltanto sei partiti (PDL, PD, Lega Nord, Unione di Centro, Italia dei valori, Movimento per le autonomie), attuando la tanto osannata semplificazione, che secondo molti giornalisti e politologi è il miglior risultato di queste elezioni. Indubbiamente sei gruppi parlamentari sono meglio di trentaquattro, com’erano fino a pochi mesi fa, ma il problema è che in questo caso la semplificazione non è del tutto rappresentativa, in quanto un’importante fetta del paese rimarrà senza deputati e senatori, ovvero la sinistra. La semplificazione va bene solo se riesce a rappresentare più o meno tutto il paese, non se ne esclude una parte importante. Senza la sinistra in parlamento ci avviamo verso una legislatura poco rappresentativa, oltre che la più conservatrice e reazionaria di tutta la storia della Repubblica Italiana.

Juno: Spiegazioni per Ferrara

Vincitore della seconda Festa di Roma e dell’Oscar per la sceneggiatura, “Juno” ha avuto un’ottima accoglienza sia di pubblico, che di critica. Si vede che la storia di questa sedicenne che rimane incinta e che decide di portare avanti la gravidanza, per poi affidare il nascituro alla coppia che ritiene più affidabile, ha colpito gli spettatori di tutto il mondo. Quando l’opera in questione è uscita in Italia, molti critici l’hanno definita un capolavoro. Pur riconoscendo la buona qualità della pellicola, tutte quelle recensioni positive ed esaltanti sono esagerate, in quanto questa commedia risulta sì ben girata, ben sceneggiata e ben interpretata, ma non da far gridare al capolavoro. “Juno” è piuttosto un film molto buono e risulta la miglior commedia di questa stagione, perché riesce ad affrontare temi come l’adolescenza e la borghesia americana in modo ironico e leggero, ma non superficiale o zuccheroso, come effettivamente rischiava di fare, viste le demenziali commedie e i melensi drammoni prodotti in questi anni negli USA. La sceneggiatura è buona, grazie anche a dei dialoghi ben scritti, ma il vero punto di forza del film risulta la bravissima e giovanissima protagonista Ellen Page. Quest’interprete riesce a personificare e a “disegnare” il suo personaggio con grande originalità ed ironia, ma anche con profondità e tenerezza. Questa commedia in Italia è diventata celebre anche per le affermazioni idiote di Giuliano Ferrara, che in tutte le sue interviste diceva che “Juno” è un film contro l’aborto e quindi utile per la campagna elettorale della lista “Aborto? No, grazie”. Chiunque abbia visto quest’opera senza essere sotto effetto di stupefacenti si renderà conto che a Reitman, il regista del film, l’argomento dell’aborto non interessa affatto e lo utilizza soltanto come passaggio essenziale per mandare avanti il resto della trama. Inoltre, più volte la protagonista si lamenta della pesantezza della sua gravidanza e difatti dichiara da subito che dopo il parto non vuole sapere più nulla di lui, le basta solamente essere sicura che sia affidato a delle brave persone. Più che contro l’aborto, questa commedia è un elogio all’anticonformismo, tant’è che tutto in questo film è anticonvenzionale: la protagonista, che è molto diversa da molte sue coetanee perfettine, anticonformista è anche la sua scelta e il suo modo di affrontare una situazione difficile come la gravidanza. In conclusione, “Juno” è un film che consiglio a tutti, in quanto risulta una commedia piacevole, ironica e profonda, cosa che risulta rara nell’attuale panorama cinematografico.

martedì 6 maggio 2008

JOSE LUIS RODRIGUEZ ZAPATERO



JOSE LUIS RODRIGUEZ ZAPATERO

Il 9 Marzo 2008 si sono tenute le elezioni politiche in Spagna, in cui si è rinnovato il parlamento e il mandato presidenziale.
I due candidati principali erano il premier uscente Jose Luis Zapatero (Partito Socialista) e Mariano Rajoy (Partito Popolare).
La campagna elettorale è stata segnata da due cose: l’ingerenza dei vescovi spagnoli, che hanno invitato a non votare Zapatero e, infine, la morte di Isaias Carrasco, (membro del Partito Socialista), ucciso dall’Eta, un’organizzazione terroristica che vuole l’indipendenza della comunità basca.
Alla fine, ad ottenere la maggioranza dei voti è stato il primo ministro uscente Zapatero, con una buona percentuale di voti (il 43,7%).
In questi quattro anni le leggi varate dal governo spagnolo hanno suscitato diverse polemiche, soprattutto quella sui matrimoni gay, che ha diviso la Spagna e, in parte, anche l’Europa tra laici (parzialmente favorevoli al provvedimento) e cattolici (del tutto contrari e quasi scandalizzati).
Zapatero ha indubbiamente rappresentato un modello per il centrosinistra italiano, che è rimasto da subito affascinato dal “coraggio” di questo politico.
In italia, non solo la classe dirigente è rimasta “abbagliata” dal premier spagnolo, ma anche alcuni attori e comici, che l’hanno subito eletto come loro idolo, basti pensare a Sabina Guzzanti, che ha intitolato un suo documentario “Viva Zapatero!” (anche se il leader socialista c’entra solo in parte con questo film) e a Crozza, che, durante una puntata di “Rockpolitik”, ha intitolato una sua canzone “Zapatero, Zapatera”, in cui, oltre a prender per i fondelli i maggiori esponenti della ormai ex “Unione”, elogiava Zapatero per il suo carisma e sperava di trovare anche in Italia un leader come lui.
Questi elogi sono da un lato comprensibili, se si pensa, ad esempio, che nel secondo paese più cattolico d’Europa, il premier socialista è riuscito a non esser “schiavo” di una Chiesa sempre più invadente e bigotta, riuscendo a varare alcune norme sui diritti civili, infischiandosene di quello che diceva il Vescovo di turno, cosa che in Italia non è finora accaduta.
Altre sono le cose buone fatte dal governo spagnolo, tra cui il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq e la riforma sul sistema televisivo, che secondo molti esperti è davvero ottima.
Pur riconoscendo tutto ciò, non si può certamente fare di Zapatero un mito o un modello intoccabile, in quanto ha varato alcune leggi francamente inaccettabili, basti pensare alle politiche repressive che ha attuato nei confronti dell’emigrazione, sparando alle frontiere sugli extracomunitari, oppure, ad una politica estera molto dubbia, in cui da un lato ritira l’esercito dall’Iraq, e dell’altro l’aumenta in Afghanistan, o, ancora, al provvedimento un po’ buffo e forse inutile sulla tutela dei diritti civili delle scimmie (se Zapatero è davvero così sensibile ai maltrattamenti sugli animali, allora perché non abolisce, o, almeno, prende qualche serio provvedimento su uno “sport” crudele e sadico come la Corrida? Qualche interesse economico forse?).
L’altra domanda che sorge spontanea è se in Italia esiste o no un personaggio politico equivalente a Zapatero. La mia personale risposta è indubbiamente negativa, almeno tra i leader delle due maggiori forze “progressiste”. Infatti, non si può certamente considerare Veltroni come il premier spagnolo, in quanto l’ex sindaco di Roma è troppo legato all’ex democrazia cristiana che è parte fondante del Partito Democratico, di cui è il segretario. Nemmeno Bertinotti può essere paragonato a Zapatero, in quanto le opinioni dei due leader sulla politica economica ed estera risultano abbastanza distanti.
La domanda che però è meglio porsi è la seguente: è un bene che in Italia ci sia uno Zapatero? Tutto sommato sì, ma non tanto per le grandi cose che ha fatto (come ho scritto prima, alcune risultano positive, ma altre invece lasciano alquanto perplessi e contrariati), ma piuttosto perché rappresenta uno dei pochi politici che mantengono le loro promesse, fregandosene dei veti di istituzioni che non centrano nulla con lo Stato, come ad esempio la Chiesa. Certo, a fianco del centrosinistra di Zapatero, deve essere rappresentata una sinistra più “radicale”, che oltre a sostenere riforme sui temi etici, proponga delle leggi sociali e d’aiuto ai ceti più deboli, che purtroppo vengono sempre dimenticati da qualsiasi governo, progressista o conservatore che sia.

Yuri Saitta

sabato 1 marzo 2008

SONDAGGIO SULLE ELEZIONI


Come sapete, il 13 e il 14 Aprile si terranno le elezioni politiche, a causa della caduta del governo Prodi e del mancato accordo per un temporaneo esecutivo guidato da Marini. Ho deciso così di fare un piccolo sondaggio all’interno del Campus, per capire quello pensate della politica e le vostre intenzioni di voto. I quesiti che ho posto sono tre: “Quanta fiducia hai nei politici?”, “Qual è il tema che vorresti vedere al centro della campagna elettorale?”, “Chi voterai alle prossime elezioni?”. Dalle risposte emerge che il Campus ha poca o nessuna fiducia nei politici, che il tema più sentito è quello del lavoro e della precarietà, dimostrando che quasi tutti noi studenti siamo preoccupati per un futuro che si presenta a dir poco incerto. Per quanto riguarda la terza domanda devo fare una premessa: avendo fatto compilare le schede solo ad una precisa fetta d'elettorato (giovani studenti) è abbastanza scontato che i risultati siano sballati e differenti da quelli ufficiali. Infatti, è impossibile che Casini non ottenga voti o che Veltroni doppi Berlusconi, come invece accade in questo sondaggio. Quello che però risulta interessante è che il centro non abbia alcuna presa tra i giovani, che se e quando scelgono i partiti minori, vanno sulle ali un po’ più “radicali”, chi di sinistra votando Bertinotti, chi di destra votando la Santanchè. L’alto numero d’indecisi dimostra che quasi tutti quelli che voteranno (molti sono in dubbio se recarsi alle urne o meno), esprimeranno la loro preferenza per quello che considerano “il meno peggio”, o comunque voteranno “contro qualcuno” e non “per qualcuno”. Inoltre, ritengo necessario comunicare ai lettori che il sondaggio si è svolto tra il 26 e il 28 Febbraio, quando l’UDC e La Rosa Bianca non si erano ancora unite, avendo due candidati premier diversi. In conclusione ringrazio tutti coloro che hanno votato, dando il loro contributo a questo articolo.

Quanta fiducia hai nei politici?

Molta 2,9%
Abbastanza 2,9%
Poca 64,7%
Nessuna 29,5%

Quale tema ti piacerebbe che fosse il più affrontato in campagna elettorale?

Scuola e università 15,6%
Lavoro e precarietà 50%
Politica estera 0%
Ambiente 3,2%
Temi etici (aborto, eutanasia, dico, ecc.) 15,6%
Altro 15,6

Chi voterai alle prossime elezioni?

Popolo della libertà/Lega Nord - Silvio Berlusconi presidente 15,6%
Partito Democratico/Italia dei Valori – Walter Veltroni presidente 31,3%
Sinistra Arcobaleno – Fausto Bertinotti presidente 9,4%
UDC – Pier Ferdinando Casini presidente 0%
La Destra – Daniela Santanchè presidente 6,2%
La Rosa Bianca – Bruno Tabacci presidente 0%
Altro 6,2%
Indeciso 21,9%
Non andrò a votare 9,4%

Risultati dei partiti senza contare indecisi e astenuti:

Popolo della libertà/Lega Nord - Silvio Berlusconi presidente 22,7%
Partito Democratico/Italia dei Valori – Walter Veltroni presidente 45,5%
Sinistra Arcobaleno – Fausto Bertinotti presidente 13,6%
UDC – Pier Ferdinando Casini presidente 0%
La Destra – Daniela Santanchè presidente 9,1%
La Rosa Bianca – Bruno Tabacci presidente 0%
Altro 9,1%

martedì 26 febbraio 2008

I PREMI OSCAR: PERCHE' TANTO INTERESSE?

L’ottantesima edizione dei premi Oscar sarà ricordata principalmente per due cose: l’accordo raggiunto con gli sceneggiatori in sciopero, che “minacciavano” fino all’ultimo momento di far saltare la cerimonia, e la contesa tra due pellicole violente aventi contenuti difficili come “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen e “Il petroliere” di Paul Thomas Anderson.
Come prevedibile, l’opera dei Coen ha vinto quattro statuette importanti (miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura non originale), mentre il lavoro di Anderson ne ha conquistate solo due (miglior attore protagonista e miglior fotografia).
Anche se personalmente preferisco il film di Anderson, è comunque indubbio che il lavoro di Joel ed Ethan Coen è molto apprezzabile e fuori dagli schemi per questo tipo di premi.
A dire il vero, negli ultimi anni l’Academy Awards si è distinta per aver premiato nella categoria principale opere scomode, violente e socialmente impegnate, quali “Million Dollar Baby”, “Crash” e “The departed”, quasi escludendo lavori zuccherati e buonisti, quelli che nelle precedenti edizioni di solito andavano per la maggiore.
Questo premio, infatti, non sempre è andato al film o al regista migliore, basti pensare che artisti come Chaplin, Welles, Kubrick ecc. non hanno mai vinto un Oscar nè per le loro opere, nè per le loro regie.
Se tutto ciò è vero, come mai il premio Oscar è considerato così importante e ha un grande potere d’attrazione anche nei critici più ostili e severi?
Le risposte a questa domanda si possono riassumere in tre punti: in primo luogo, ad affascinare il pubblico di tutto il mondo è il glamour della serata di premiazione, in cui si vedono divi e dive con abiti eleganti e firmati, che rappresentano un mondo e un sogno talmente irraggiungibile per chiunque, da farci dimenticare per una serata la nostra realtà quotidiana, dandoci l’illusione di raggiungere un pochino l’universo migliore di quelle star; il secondo punto sta nel fatto che l'Oscar, fondato nel 1927, ha attraversato quasi tutta la storia del cinema e, in parte, anche quella del novecento, rappresentandone gli umori, le idee, i sogni e le problematiche; terza ed ultima risposta si basa sulla constatazione che gli Academy Awards rappresentano e racchiudono il cinema nelle sue tre principali componenti possibili (attività industriale che mira a fare soldi; mass media capace di trasmettere emozioni e messaggi sociali/politici ai cittadini; forma artistica moderna “popolare”). Purtroppo gli Oscar hanno sempre contato leggermente di più il cinema come business e marketing, piuttosto che come arte o mezzo di comunicazione di massa. In questi anni, però, la rotta sembra cambiare e speriamo che continui così.

martedì 29 gennaio 2008

LA CADUTA DEL GOVERNO PRODI


Il primo mese del 2008 è stato pessimo e sembra annunciare un anno altrettanto difficile sia in campo internazionale (a causa della crisi economica negli Stati Uniti), che in quello nazionale. Su quest’ultimo fronte c’è da fare un lungo elenco, partendo dalla cattiva gestione dei rifiuti a Napoli, alle polemiche sul mancato intervento del Papa all’Università della Sapienza (situazione che la chiesa ha affrontato perfettamente dal punto di vista mediatico, ma altrettanto ipocritamente per quanto riguarda la realtà dei fatti), arrivando fino a Totò Cuffaro, il presidente della Sicilia, che dopo la sua condanna a cinque anni di carcere per favoreggiamento ad alcuni boss mafiosi, invece di abbondare immediatamente la carica, festeggia distribuendo cannoli siciliani, salvo poi annunciare le sue dimissioni una settimana dopo la sentenza e dopo costanti pressioni da parte di alcuni partiti.
Il culmine di tutto ciò è avvenuto Giovedì 24 Gennaio, quando il governo Prodi è caduto per mano di alcuni senatori.
Sul comportamento di alcuni parlamentari che hanno sputato, brindato, mangiato mortadella e insultato altri colleghi non oso commentare, perché troverei parole talmente offensive da rischiare di abbassarmi al loro bassissimo livello.
La gravità di tutta la vicenda non sta tanto nella crisi in se, ma piuttosto nei motivi che hanno spinto a portarla avanti.
Tutto è cominciato con i guai con la magistratura che aveva la famiglia Mastella e altri componenti del partito di quest’ultimo (l’Udeur). All’inizio Clemente Mastella si è dimesso da Ministro della Giustizia, poi ha dichiarato l’appoggio esterno e, infine, Lunedì 21 Gennaio, in una conferenza stampa, ha dichiarato di voler uscire dalla maggioranza e togliere la fiducia a Prodi perché ritiene che il Partito Democratico (quello di cui Prodi è uno dei fondatori) non ha mostrato abbastanza solidarietà nei suoi confronti.
Come tutti sanno la maggioranza del governo al Senato era a dir poco esigua e, quindi, anche un partitino minuscolo come l’Udeur risultava necessario e fondamentale per non far cadere l’esecutivo.
Il governo Prodi, a mio parere, non ha ottenuto grandi risultanti, anzi, ha tradito molte speranze dei cittadini che l’hanno votato; infatti il protocollo sul welfare non ha migliorato neanche di un po’ la situazione dei precari; l’innalzamento dell’età pensionabile è rimasta più o meno la stessa, solo che più plasmata nel tempo; le missioni militari di “pace” (già una contraddizione in termine) sono rimaste in Afghanistan, si sono tolte in Iraq (unica cosa positiva), ma sono state aggiunte in modo sproporzionato e irrazionale in Libano; altre sono le cose che non sono riusciti a fare (i Dico). Se il governo fosse caduto per uno di questi motivi avrei potuto comprendere, se non approvare.
Purtroppo, l’esecutivo è entrato in crisi per dei motivi di fatto personali che hanno poco a che fare con la politica o comunque con le azioni di governo.
Molti esponenti politici, ritengono che i problemi giudiziari di Mastella sono stati solamente una scusa per far cadere l’esecutivo e che i motivi reali risultano ben altri, accumulati tutti in questi due anni. Anche se avessero ragione, risulta comunque scandaloso che si usi un pretesto così povero e squallido per gettare scompiglio in una situazione politica già instabile di suo. Se il Senatore Mastella non era d’accordo neanche in minima parte su ciò che Prodi stava eseguendo in questi mesi, perché non l’ha fatto cadere prima? Perché ha scelto un momento così delicato per far cadere il governo? Non sarebbe forse stato più dignitoso mettere in crisi la maggioranza su questioni politiche un po’ più importanti, invece di usare le sue faccende personali da squallido teatrino tragicomico fatto di raccomandazioni a destra e a manca?
A queste domande si attendono risposte che sicuramente non arriveranno mai.
Speriamo che il 2008 non continui così, ma sinceramente non ho molte speranze, visto il comportamento della maggioranza della nostra classe politica.

giovedì 17 gennaio 2008

COUS COUS


Regia: Abdellatif Kechiche
Cast: Habib Boufares, Hafsia Herzi
Produzione: Francia
Genere: Drammatico

All’ultima mostra del cinema di Venezia il film più apprezzato dal pubblico e dalla critica è stato “Cous Cous”, tant’è che tutti lo consideravano il favorito per il Leone d’Oro. Le cose andarono diversamente, in quanto il premio principale andò, con qualche sacrosanta polemica successiva, alla discreta pellicola di Ang Lee “Lussuria”, mentre il lavoro di Kechiche conquistò “solo” il Premio della Giuria (a pari merito con “Io non sono qui”) e il Premio Mastroianni per l’attrice rivelazione Hafsia Herzi.
“Le Graine et le Mule” (questo il titolo originale) racconta la storia di un emigrato arabo in Francia di circa sessant’anni che lavora da più di tre decenni al porto di Sète come riparatore di barche e che un giorno viene licenziato perché non ha più la forza e la velocità di una volta. Beniji, questo il suo nome, non si arrende, così con l’aiuto della sua vecchia e nuova famiglia (è divorziato dalla moglie e compagno di una nuova donna) costruisce sulla sua vecchia barca un ristorante specializzato in CousCous. Le cose, però, non saranno facili…
Nonostante una storia molto semplice e quasi banale, l’abile regista Kechiche riesce a costruire un film molto bello e intenso, che affronta con profondità temi importanti e di stretta attualità, come la precarietà, la crisi economica, l’emigrazione, l’integrazione e la famiglia.
Molti critici hanno notato in quest’opera la grande forza delle donne, la loro capacità di decisione e di leadership, ma in realtà il personaggio che rimane più impresso negli spettatori risulta indubbiamente il protagonista, che nonostante il suo carattere mite, i suoi modi silenziosi, la sua pazienza e la sua disponibilità ad ascoltare le lamentele dei vari componenti delle sue famiglie, dimostra nei momenti di grande difficoltà la sua forza d’animo e determinazione, una persona che guarda in faccia alla realtà ma che non perde il coraggio di sognare e di risollevarsi.
Pur con uno stile completamente diverso, l’opera in questione ricorda vagamente i film di Frank Capra degli anni ‘30/’40; infatti anche i personaggi di quelle storie tentavano di risollevarsi da una situazione personale e sociale molto critica; solo che nelle pellicole del celebre regista americano tutto finiva per il meglio, mentre “Cous Cous” non si conclude con il classico happy end, ma piuttosto con un finale aperto, che lascia il pubblico abbastanza libero di trarne le sue ipotesi e interpretazioni.
La durata della pellicola (circa due ore e mezza) non si sente eccessivamente, se non all’inizio, quando alcuni dialoghi sembrano francamente interminabili, ma Kechiche, grazie alla sua buona regia, a dei bravissimi attori (tra l’altro non professionisti) e a un'ottima sceneggiatura, riesce, man mano che l’opera va avanti, ad aumentare il ritmo e la tensione, coinvolgendo sempre di più gli spettatori.
In conclusione, questo è un film che mi sento di consigliare a tutti, non solo per la sua grande qualità artistica, ma anche per chi vuole vedere una pellicola distante anni luce dai classici blockbuster americani o dalle solite commedie italiane, un’opera che non ha bisogno di effetti speciali o di battute volgari per emozionare il pubblico, ma che si basa soprattutto sulle idee e su una solo apparente semplicità. In giro di film così non se ne vedono molti, questa quindi è un’occasione da non perdere.

venerdì 4 gennaio 2008

EFFETTO NOTTE

E’ da un po’ di anni che al cinema “America” di Genova si tiene ogni Giovedì, sia in autunno che in primavera, una rassegna di film chiamata “Effetto notte”. Questa viene organizzata da un gruppo di giovani appassionati di cinema, che hanno deciso di proiettare film spaziando dal passato al presente, dando pellicole sia americane, che europee e giapponesi, a volte in lingua originale con sottotitoli, altre volte con il doppiaggio. Alla fine della proiezione nessuna discussione ufficiale, ma piuttosto un rinfresco con varie cose da mangiare e da bere. Ciò che sorprende sempre è vedere ogni Giovedì sera il pubblico, da quello più giovane a quello più anziano, fare la coda per andare in sala, e non solo quando ci sono opere comiche o americane, ma anche quando vengono proiettati film seri e praticamente sconosciuti. Con questa rassegna sembra rinata la voglia di andare al cinema, di stare a guardare dei film tutti insieme.
Grazie a questa rassegna sono riuscito a vedere per la prima volta pellicole come “Il sorpasso” di Dino Risi, “Che?” di Roman Polanski, “Othello” di Orson Welles, “Come in uno specchio” di Ingmar Bergman, “Rashomon” di Akira Kurosawa ecc.
Purtroppo questo autunno gli organizzatori hanno deciso di iniziare più tardi e per una sola grande serata (i motivi di ciò verranno chiariti durante l’intervista) in cui vengono proiettati ben quattro film. Con quest’evento, avvenuto Giovedì 29 Novembre 2007, ho colto l’occasione per porre qualche domanda ad alcuni responsabili, chiedendo loro sia cose specifiche sulla rassegna, sia qualche loro opinione sul cinema d’oggi in generale. Un po’ per caso (e un po’ per desiderio) ho intervistato due degli organizzatori, più precisamente Pier Paolo e Lorenzo.

Intervista a Pier Paolo:

Com’è nata l’idea di “Effetto notte”?
“E’ nata nel 2001, ormai sono sette anni. Dall’idea di alcuni amici amanti del cinema, che volevano proporre il cinema per se stessi e per un eventuale pubblico che all’epoca non c’era ancora e che si è formato negli anni. Quindi per un'emergenza nostra, per vedere un certo tipo di cinema in un certo modo.”
Con quale criterio scegliete i film?
“Noi siamo in dieci e ognuno ha dei gusti personali che possono andare bene o meno bene rispetto a quello che il pubblico vuol vedere. Quindi in base alle nostre scelte, di ogni singolo componente, si sceglie una rassegna che va incontro ai nostri gusti sapendo anche cosa può piacere al pubblico.”
Seguite una linea tematica?
“No, una linea tematica no. Diciamo che peschiamo nel cinema di una certa epoca, che va dagli anni ‘50 agli anni ’70, però possiamo anche uscirne, non abbiamo confini.”
Prima hai detto che volete proporre il cinema in un certo modo. Qual è quindi questo modo?
“Vogliamo proporre il cinema in un modo più allegro, anche quando il film è serio, con dei rinfreschi finali, abbandonato un po’ la vecchia idea del cineforum.”
E’ facile trovare le pellicole?
“No, non è facile, anzi, è molto difficile.”
Il nome “Effetto notte” è un omaggio al famoso film di Truffaut?
“E’ un omaggio al film di Truffaut. I film francesi della Nouvelle Vague sono quasi sempre presenti nella nostra rassegna, però il nome che abbiamo scelto è anche un omaggio al vivere la notte, allo stare insieme con cultura.”
La vostra rassegna ha avuto successo da subito o c’è voluto un po’ di tempo?
“C’è voluto un po’ di tempo e un po’ di lavoro. In due anni abbiamo costruito questa fortuna.”
Ci sono state alcune critiche alla vostra rassegna?
“No, almeno non critiche negative, piuttosto critiche costruttive, di qualche nostro spettatore affezionato che ci propone dei film, c’è ne boccia alcuni, ma come rassegna non ne abbiamo ricevute.”
Qual è stata la serie di film più apprezzata?
“I Monthy Pynton e i film francesi, che sono una garanzia.”
Il vostro gruppo è mutato nel corso degli anni o è rimasto sempre lo stesso?
“Ci sono delle persone che sono rimaste dall’inizio, però alcune se ne sono andate, è rimasto un nucleo a cui molte persone si sono unite.”
Raccontaci un episodio che ti è rimasto impresso in questi anni.
“Posso ricordare i canti lirici di uno dei nostri membri, che durante l’entrata del pubblico cantò aree liriche con una buona voce da cantante d’opera che allietò l’ingresso in sala e poi le mille volte in cui si può rompere la pellicola che per me è sempre una tragedia.”
Con la vostra rassegna sembra rinata la voglia di andare al cinema. Cosa ne pensi della possibilità di scaricare film da Internet?
“Credo che, come la musica, sia una cosa bella dal punto di vista individuale ma che necessita di una regolamentazione dura, nel senso che uno può accedere alla fruizione semplice, ma deve dare qualcosa in cambio, non può essere totalmente gratuita, in quanto molte persone nel fare della musica e del cinema ci mettono il loro impegno e il loro ingegno. Inoltre rischia di morire l’aggregazione.”
Una buona parte del pubblico di “Effetto notte” è composto da giovani. Secondo te com’è il rapporto tra i giovani e il cinema?
“Secondo me c’è un buon rapporto tra i giovani che hanno attenzione e il cinema. Lo dimostra Effetto notte ma anche molti film che vengono prodotti da registi giovani, girati con attori giovani e proposti a un pubblico giovane. A parte quelli di cassetta, c’è un fermento nel mondo del cinema italiano, che poi venga percepito o meno dall’establishment è un altro discorso.”
Nella vostra rassegna molti film vengono proiettati in lingua originale. Cosa ne pensi del doppiaggio?
“Sono favorevole per nascita, nel senso che sono cresciuto con il doppiaggio, sono convinto che il doppiaggio italiano sia ottimo, e quindi nonostante le polemiche, sono affezionatissimo.”
Avete mai pensato di invitare un critico cinematografico?
“No, un critico no, perché noi siamo un movimento che pensa che una persona possa essere il critico di se stesso nella sua visione del film, quindi non c’è bisogno di nessun’altro che ti interpreti la pellicola.”
Come mai quest’anno avete cominciato più tardi e per una sola serata?
“Quest’anno abbiamo deciso per nostri motivi interni di provare a fare un evento e di farne altri, ma di fare degli eventi, non una rassegna classica, nella nostra idea come sempre di sperimentare cose nuove.”
Per le prossime volte avete già in mente qualche cosa?
“Dal punto di vista film no, perché vengono decisi all’ultimo, però sicuramente faremo altri eventi di questo tipo, eventi a spot, grossi, con tanti film, molta pubblicità e concentrati su una o più serate. Per adesso abbiamo deciso di uscire dal classicismo. La prossima serata dovrebbe esserci per la fine di Gennaio o gli inizi di Febbraio. ”

Intervista a Lorenzo:

Nella vostra rassegna avete proiettato anche alcuni film tedeschi, ne darete ancora?
“Nella nostra rassegna abbiamo dato diversi film tedeschi, di registi come Lang, Herzog e Fassbinder. Si daranno presto anche alcuni film di Wenders, che è un regista dalla brutta fama, in quanto considerato noioso. Per quanto mi riguarda apprezzo i primi e gli ultimi film della sua carriera, non quelli di mezzo, che ritengo pesanti. Tra i film tedeschi vorremo dare il primo o, con maggiore probabilità, il secondo Heimat, che, dal momento che dura 25 ore, lo proietteremo in più o meno 4 serate.”
Cosa ne pensi dell’attuale cinema tedesco?
“I film che arrivano da noi piacciono molto al grande pubblico, ma non sono niente di particolare. Ritengo inoltre che attualmente non ci sia alcuna scuola di tendenza in questa cinematografia.”
Nella vostra rassegna sono stati proiettati molti film in bianco e nero. Oggi in televisione vengono dati film in versione colorizzata, cosa ne pensi di questo fenomeno?
“Ritengo che questo fenomeno sia una cagata. In generale il fatto che un film sia a colori o in b/n non ne pregiudica la qualità, anche se devo dire che oggi sono più a favore del colore, in quanto il bianco e nero ha esaurito il suo tempo, oggi c’è il colore e deve essere utilizzato questo. Il b/n va utilizzato solo se strettamente funzionante al significato della pellicola. Lo sbaglio commesso da alcuni registi di oggi è quello di ritenere che il bianco e nero dia di per se al film un' aura intellettuale, ma non è così. Utilizzato in questo modo il b/n rischia di diventare un vezzo estetico.”
Come vedi la situazione del cinema degli ultimi anni?
“Il cinema di oggi è soltanto puro intrattenimento. A tutto c’è un inizio e c’è una fine, e questo vale anche per il cinema, che secondo me è finito. Anche noi di Effetto Notte facciamo questa rassegna quasi come se fosse una sorta di museo.”
Quindi il cinema è morto?
“Il cinema non è morto perché c’è, è presente. Piuttosto è lo spettatore che è morto, è lo spettatore che non c’è più.”
Molti dei film che date alla vostra rassegna non sono conosciuti al grande pubblico, ma piuttosto ad una cerchia di appassionati. Secondo te di chi è il compito di divulgare anche i film meno commerciali?
“Di nessuno in particolare. Oggi il cinema si è spaccato tra quello commerciale e quello d’essai. Inoltre il 90% dei film d’essai è inutile, pochissimi autori si salvano, tra cui Kaurismaki, Loach, che fa un cinema politico coerente e degno di rispetto, Sorrentino, di cui si attende il suo prossimo film Il divo, Eastwood, l’ultimo dei registi classici, Cronemberg, di cui consiglio La promessa dell’assassino e Van Sant, di cui consiglio Paranoid Park.”

martedì 13 novembre 2007

Enzo Biagi (secondo articolo)

Quando qualcuno muore tutti si affrettano ad esprimere parole d’affetto, ammirazione e cordoglio per il defunto, a volte in modo sincero, altre volte in maniera completamente ipocrita.
Così è successo anche alla morte di uno dei più grandi giornalisti italiani dal dopoguerra in poi, Enzo Biagi, avvenuta a Milano martedì 6 Novembre 2007. Infatti molte personalità della carta stampata, il direttore de “Il sole 24 ore” Feruccio De Bortoli, si sono recate all’ospedale dove è deceduto il famoso cronista a pronunciare frasi di stima e dolore per Biagi. Naturalmente non sono mancate frasi di ammirazione dalle tre più alte cariche dello Stato e dei leader del centrosinistra e del centro destra, corrispettivamente Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Tra questi ultimi è scoppiata l’ennesima polemica, in quanto il primo ha rimproverato il secondo di essere il responsabile della scacciata di Biagi dalla Rai e il secondo ha negato tutto.
Le negazioni e le parole di stima del leader della Cdl sono false, non che ipocrite, infatti tutti ci ricordiamo le sue affermazioni negative fatte nel 2002 su Biagi, Santoro e Lutazzi, non a caso tutti scacciati quasi immediatamente dopo le parole pronunciate dall’allora presidente del Consiglio.
A parte questo, però, le polemiche non andavano fatte proprio in quella giornata, in cui forse era meglio che chi provava veramente stima e affetto per il giornalista esprimesse codesti sentimenti e chi no, invece, tacesse.
Certo è che l’ennesimo scontro tra maggioranza e opposizione è specchio di un’altissima, e francamente insopportabile, tensione fra i due schieramenti, una tensione determinata non tanto dalle differenze sui contenuti, ma più che altro dal desiderio di occupare le poltrone di governo, un fine che sembra sempre di più fine a se stesso (poi ci si chiede il perché della crisi della politica).
Se fosse stato ancora vivo, Enzo Biagi avrebbe probabilmente commentato questo clima politico in modo moderato, ma ironico e graffiante, , come solo lui sapeva fare. Egli, infatti, non si sottoponeva mai ai voleri del potente di turno, anzi, ha sempre avuto il coraggio di esprimere le proprie opinioni con coerenza, molte volte pagandone il prezzo.
Il suo modo di fare giornalismo è stato un esempio per tutti coloro che vogliono intraprendere codesto mestiere.
Purtroppo noi giovani non abbiamo avuto molte occasioni di apprezzare il grande giornalista, tutt'altro, più precisamente solo quattro: gli ultimi anni della trasmissione “Il fatto” (ma forse eravamo ancora un po’ troppo piccoli per interessarci a questo tipo di programmi), alcune ospitate nel programma di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, l’ultima trasmissione di Biagi “Rotocalco televisivo” (andata in onda proprio questa primavera) e, forse, leggendo qualche suo articolo scritto sul “Corriere della sera”. Per il resto lo conosciamo solo di fama e, purtroppo, per il già citato “editto bulgaro” compiuto nel 2002.
Ora, dopo aver commiserato il grande cronista, è un dovere per tutti riflettere sui danni provocati sulla sua persona, non solo quelli più recenti, ma anche quelli passati (ad esempio quello del 1963, quando in seguito ad una polemica si dovette dimettere da direttore del Tg1), ma non per provocare bisticci di parte, ma piuttosto per riflettere sull’attuale situazione del giornalismo italiano e sulla libertà di parole, per fare in modo che gli errori commessi in passato non si ripetano più su nessuno.
Credo, ad esempio, che la trasmissione di Santoro “Anno zero” andata in onda giovedì 8 Novembre dedicata proprio a Biagi, sia un punto di partenza per cominciare a fare ciò.
Inoltre, abbiamo tutti il dovere di ringraziare Biagi per la sua coerenza, per il suo desiderio di libertà e per il rispetto che aveva per ogni cittadino, dando così non solo un ottimo esempio di giornalismo, ma anche di umanità.

venerdì 9 novembre 2007

Enzo Biagi

La mattina di martedì 6 Novembre 2007 si è spento a Milano uno dei più grandi giornalisti italiani dal dopoguerra in poi: Enzo Biagi.
Durante quella giornata molti giornalisti, tra cui il direttore de “Il sole 24ore” Feruccio De Bortoli, sono andati all’ospedale a trovarlo per l’ultima volta, esprimendo frasi d'affetto e dolore. Anche alcune personalità politiche, compreso Berlusconi, hanno pronunciato parole di stima e cordoglio per il grande cronista scomparso. Purtroppo nemmeno quel martedì sono mancate le polemiche tra maggioranza e opposizione, specialmente tra i due leader, Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Il primo, infatti, ha accusato il secondo di aver scacciato Biagi dalla televisione e l’altro ha negato di averlo fatto.
A parte il merito della questione (la dichiarazione del capo del centrodestra è alquanto scandalosa, oltre che terribilmente falsa), quel giorno fu l’ennesima dimostrazione che l’attuale situazione politica è alquanto amara e triste, sempre carica di tensione, una tensione che non si è spenta nemmeno in un giorno così doloroso, in cui forse era meglio tacere.
La polemica in se non è sbagliata, ma non andava fatta proprio in quella giornata, magari se ne poteva parlare qualche giorno dopo. In questo senso che la trasmissione di Michele Santoro, “Anno zero”, andata in onda Giovedì 8 Novembre dedicata a Biagi e all’editto bulgaro, è stata un buon esempio di servizio pubblico.
Purtroppo noi giovani non abbiamo avuto molte occasioni per vedere Biagi in televisione, se si esclude “Il fatto” (ma forse eravamo ancora troppo piccoli per poter interessarci a questo genere di programma), le ospitate a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio e l’ultima trasmissione del giornalista, “Rotocalco televisivo”, andata in onda proprio nell’Aprile scorso.
Per il resto lo conosciamo solo di fama e, purtroppo, per il già citato editto bulgaro, ovvero la scacciata dalla Rai di Biagi, Santoro e Lutazzi avvenuta dopo le dichiarazioni critiche di Berlusconi.
Con Biagi se ne va un giornalismo molto vicino e rispettoso dei cittadini, che però riesce ad essere allo stesso tempo fortemente mordace e critico con i politici, molte volte pagandone il prezzo.
Enzo Biagi, con la sua coerenza e con il suo coraggio a non farsi sottomettere dal politico di turno, non ha dato solo una grande lezione di giornalismo che tutti coloro che vogliono intraprendere questo mestiere dovrebbero imparare, ma un bell’esempio di umanità, specialmente in quest'italietta, fatta di persone, specialmente quelle ai vertici alti, pronte a corrompere e a farsi corrompere per una poltrona o per del denaro.
Al giorno d’oggi, pur essendoci bravi giornalisti televisivi e non, praticamente nessuno è come lui, quindi si può dire che con Biagi se ne va un’intera generazione di cronisti italiani, ora rappresentati solo, o quasi, da Giorgio Bocca.
La vignetta di Vauro esposta nella già citata trasmissione di Santoro risulta amara, forse un po’ eccessiva, ma in fondo rispecchia abbastanza bene l’attuale situazione del giornalismo italiano, ecco la descrizione: alla domanda “Dove si trovano i più grandi giornalisti italiani?” la risposta è “Tutti al cimitero”, riferendosi a Indro Montanelli e a Enzo Biagi.

Ratatouille


RATATOUILLE

Regia: Brad Bird
Produzione: U.S.A.
Genere: Animazione

La Pixar è ormai considerata all'unanimità l'unica erede della Walt Disney, infatti, riesce sfornare praticamente ogni anno dei piccoli grandi capolavori del cinema d’animazione, tanto innovativi nei contenuti e nella tecnologia quanto tradizionali nello spirito dei vecchi film Disney. La loro ultima pellicola, “Ratatouille”, ne è l’ennesima dimostrazione.
Il protagonista dell’opera in questione è il topino Remy che,raffinato buongustaio,si rifiuta di cibarsi della spazzatura come fa la sua colonia. Per un incidente si ritrova a Parigi di fronte al ristorante del suo idolo: il cuoco Gusteau, da poco scomparso. Sarà il piccolo Remy, insieme all’umano Linguini, a riportare il ristorante alle stelle.
Il soggetto, originale e fondato su un paradosso, riesce ad affrontare temi importanti, come l’ambizione, il diverso, il rapporto padre/figlio, la discriminazione della donna nel mondo del lavoro, il compito del critico, la scoperta del nuovo, il mutamento nei rapporti di natura e l’importanza dell’immagine nella comunicazione.
L’argomento centrale è l’inseguimento dei propri desideri: Remy è un topo speciale, di cui si riesce a vedere l’umanità e la sua determinazione può insegnare davvero molto, quindi il messaggio che lascia è totalmente positivo: “insegui il tuo sogno”. Chi da bambino non ha mai desiderato di prendere una strada un po’ impervia e che ora ci pare totalmente assurda?Allora però non era così, si parlava di diventare scrittori, musicisti, astronauti o perché no, chef?
Remy ci dimostra che tutto questo è possibile, che con la volontà può succedere di tutto, anche che una colonia di topi (puliti e disinfettati a dovere) prenda possesso della cucina fino a preparare il piatto perfetto per il miglior critico culinario della Francia.
Un altro tema importante è quello del rapporto immagine/comunicazione, che il film affronta in maniera implicita, ma costante, basti pensare a due personaggi: il primo è l’antagonista, che sfrutta senza ritegno l’immagine di Gusteau per pubblicizzare e vendere con profitti maggiori prodotti surgelati di bassa qualità; il secondo è Remy, che, pur realizzando il suo sogno, sarà riconosciuto come un grande chef solo da una stretta gamma di persone, ma il grande pubblico ignorerà persino la sua esistenza, credendo che lo chef del nuovo ristorante sia un essere umano. Ciò accade perché nessuno, a parte qualcuno, potrà mai approvare un topo, o il diverso in generale, come il più grande cuoco di tutta Parigi.
Tutti questi temi sono accennati e non approfonditi, ma in fondo è giusto così, perché un cartone animato non deve fare analisi sociologiche, ma intrattenere con intelligenza gli spettatori, come fa appunto “Ratatouille”.
I difetti di quest’opera stanno in alcuni nomi un po’ banali (Gusteau) e in certi personaggi, come il cattivo che è come al solito arrogante, presuntuoso e antipatico.
Da notare il temuto critico culinario che passa da un colorito pallido e delle occhiaie
scure,nella prima parte del film, ad un colore rosato e un sorriso luminoso in concomitanza con il suo “diventare” buono.
Nonostante ciò la pellicola risulta divertente, effervescente e profonda. Il successo di critica e pubblico si capisce da tutto questo.
Alice Corsi e Yuri Saitta