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A volte ritornano...

Dopo alcuni mesi di inattività dovuta a qualche problema tecnico e qualcun'altro più spinoso di genere burocratico, eccoci tornati ad animare la vita al Campus con i nostri frizzanti articoli!

Attualità, eventi, cronaca, politica e poesia torneranno sotto ai vostri banchi per aiutarvi a passare indenni interminabili ore noiosissime di lezione!

VVR è il giornale di chi, come voi, vive con passione l'esperienza universitaria al Campus.

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Simone Trimarchi

Visualizzazione post con etichetta Speciale Festival Campus. Mostra tutti i post
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giovedì 21 giugno 2007

Tre giorni da star…

Finalmente il nostro tanto amato Campus ha vissuto il suo primo momento di gloria: Il Festival Campus.
Tre giorni di musica e divertimento, l’8 il nove e il 10 maggio che ha vantato l ‘ultima giornata un pubblico di circa 200 persone un gran successo per questa prima edizione.
Il festival è stato organizzato interamente dalla Sacs, l’associazione degli studenti del campus, che si sono impegnati sia nell’organizzazione dell’evento, sia nel lavoro manuale più pesante che prevedeva il montaggio e lo smontaggio del palco ogni serata.
L’ultima sera è stata di grande successo ed ha decretato la vittoria degli “In vivo veritas , gruppo cairese dal sapore folk, che con le sue tarantelle ha fatto ballare tutto il campus, praticamente “vecchi e giovani pizzicati dalla dalla tarantolata”, a cui la Sacs darà l’opportunità di incidere una demo a Settembre. La serata inoltre è stata condotta da Alessio Lercari ed Alessandro Ponte, già conduttori della trasmissione radiofonica “ Lerca o raddoppia” in onda il venerdì dalle 20 alle21 su Radio Savona Sound, che con loro simpatia hanno allietato al serata.
I vincitori sono stati decretati grazie alla giuria popolare e ad una giuria più ufficiale, formata dalla Professoressa Augusta Molinari, Renato Procopio, chitarrista e Federica Martina, pianista che giudicavano non solo l’aspetto musicale ma anche quello che riguarda il coinvolgimento del pubblico.
Bravi anche gli altri gruppi quali i “Santos Vega”, “I Pocker d’assi”, e gli “Spirito libero” .
Ovviamente ogni gruppo doveva avere almeno un componente che frequentasse il Campus per far sì che si incontrassero musica e scuola. Ed è stato un esperimento ben riuscito direi: sulle panchine dove tutti i giorni ci sediamo per mangiare,c’erano orde di ragazze sfrenate che ballavano. Davvero una bella immagine.
Ma il vero vincitore morale è stato il mitico Bruno,” a Woodstock 499.000+1”, e quell’uno era proprio lui.
Sulle note di “Mania”, colonna sonora del film “Flash Dance”, ha scatenato la sua chitarra lasciando tutti a bocca aperta e strascichi di grupies in giro per il giardino. Insomma orami un mito che resterà nella leggenda.
E invece sulle note di questo primo Festival Campus speriamo con tutto il cuore che questa manifestazione si ripeta e visto il successo avuto credo proprio di si!
Francesca Zoccali

Inside Cannes


Anche quest’anno, per il 60°anno, si apre a Cannes la rassegna cinematografica più famosa nel mondo che ha portato alla luce da più di mezzo secolo star e starlette del jet-set internazionale.
L ‘atmosfera come ogni anno è carica di euforia ed emozione: inglesi, tedeschi, italiani e milioni ( e sono davvero milioni i cinesi) passeggiano per le vie di Cannes in cerca di qualcosa da fotografare. Non mancano poi le stravaganze da un gruppo di signore over 50 con parruccone bionde a 4 ragazzi vestiti in kilt con maschere ad supereroi, ma tutto è concesso a Cannes! Nei giardini antistanti il palazzo del Festival sono disseminate foto vecchie e nuove delle star che hanno solcato il famoso tappeto rosso di Cannes, presenti anche molti italiani come Marcello Mastroianni, Roberto Benigni, Monica Bellucci. Anche se quest’anno ,ahimè, il cinema italiano a Cannes si è solo intravisto: in concorso il film di Lucchetti “Mio fratello è figlio unico” nella sezione “Un certain reguard ”, applausi dissennati per il film di Olmi invece “ Centochiodi ” scelto per celebrare il 60° del festival, anche se fuori concorso, e per finire un corto di Moretti.
Amarezza anche per il povero Scamarcio che non è stato riconosciuto per le strade della città francese dichiarando “Cannes non mi ha riconosciuto”! Per non parlare poi del regista Roman Polanski scandalizzato dalla banalità delle domande dei giornalisti (scommettiamo che se ci fossero stati “Quelli che il Campus” tutto ciò non sarebbe avvenuto!!) che se n’è letteralmente andato.
Ma Cannes durante il Festival non da’ spazio solo al cinema ma anche ad eventi collaterali da non perdere come il concerto sulla spiaggia di Wax Taylor un vero guru del ‘ hip hop e dal trip hop francese che si riproporrà , per chi se l’è perso, il 17 agosto al Pantièro festival sempre a Cannes.
L’unica pecca forse che potrà leggermente disturbare la vostra “ gitarella ” a Cannes potrebbe essere il costo della vita durante il festival infatti i prezzi vengono incentivati del 30-35 % (un hamburger con patatine sulla Croiesette 12,50e), ma ci sono anche degli ottimi Kebabish e svariati fast food .
Un evento giovane, il Festival di Cannes , che sta prendendo sempre più piede nel mondo, forse ancora un po’ diffidente davanti al cinema italiano. Infatti i risultati parlano da soli : “the winner is ” “4 months , 2 weeks and 3 days ” del regista rumeno Cristian Mungiu , la storia di un’amicizia, di due ragazze nella cornice del regime di Ceacescu.
Anche quest’anno neanche una palma per l’Italia che pero vanta grandi attrici in concorso, come Asia Argento, che si è presentata con ben tre film portando con se’ il suo fascino di fata dark.
Si chiude questa 60° edizione con la speranza di portare in casa, l anno prossimo, qualche palmetta in più!

Francesca Zoccali

8-9-10 Maggio: E' Festival Campus

Se ne parlava da mesi e mesi...e finalmente il Festival del Campus è arrivato. Come previsto a partire da Martedì 8 Maggio, diretto dall'organizzazione dei SACS, il Campus di Savona ha ospitato per la prima volta una rassegna musicale che ha compreso tre giorni di concerti, ottime band, tanto divertimento ed alcune piccole sorprese.
Ad aprire le danze tocca ai Santos Vega, band di Imperia dedita a pezzi inediti di un ibrido chiamato No School Hardcore, di cui io sono il cantante. L'accoglienza è stata calorosa, noi abbiamo fatto del nostro meglio come sempre ed è filato tutto liscio. Rimando eventuali commenti a qualcun altro per ovviare a facili conflitti d'interesse!^_^
A seguire si sono esibiti i Poker D'assi, combo molto bravo a mischiare cover rock (Incubus ed altri) e classici italiani di Vasco rossi, Litfiba ed altri. Sono loro a passare in finale grazie ad un punteggio di 42-20. Il primo giorno finisce, un pò tentennante a causa di un'affluenza di pubblico un pò misera. Chi c'era però si è fatto sentire. Eccome se lo ha fatto.
Dopo corsi, esami, pranzi in mensa e riposini sulle panchine inizia la seconda giornata con le esibizioni di In Vivo Veritas, band totalmente fuori dagli schemi, impegnata in un folk davvero caratteristico e Spirito Libero , altra cover band. Vincono in maniera schiacciante gli In Vivo Veritas che tutti sono contenti di rivedere la terza sera, assieme ai Poker D'Assi. Ed è proprio Giovedì 10, quando il festival sembra ormai essere agli sgoccioli, che inizia il capolavoro. Gli In Vivo Veritas sembrano brillare di luce propria e vincono il festival con un'esibizione che ha
del poetico: un'ora di concerto passa via come un alito di vento e ci si può quasi rendere conto della magia, scoprendo di avere paura che il concerto finisca, chiedendo ancora una canzone. Quando i quattro intonano alcune canzoni di De Andrè tutti sembrano impazzire, si balla, si ride, ci si diverte ed i membri stessi di tutti gli altri gruppi, capiscono che era così che doveva andare.
Gli In Vivo Veritas concludono la performance e dopo l'incoronazione di vincitori del primo Festival campus inizia un frenetico Dj Set, alternato dalle performance chitarristiche del mitico e sempre più sborone (In senso buono ovviamente) Bruno, che scopriamo tutti autentico galvanizzatore delle folle.
Sorpreso dalla festa e dalla gente che balla e ricordandomi che come partyboy sono un'autentica frana, mi rifugio in sala mensa dove scopro che gli In Vivo Veritas stanno tenendo un piccolo concerto per pochi intimi. Me ne sto, è proprio ciò di cui ho bisogno e dagli sguardi affascinati della gente che è lì con me mi rendo conto di non essere l'unico.
Il tempo passa e i quattro ragazzi continuano a suonare come delle macchine. Cambiano le canzoni e cambia la location perchè si ritorna sul palco, che intanto si è liberato, per concludere la serata con un dolce e soffuso showcase acustico, dove tutti si improvvisano coristi e percussionisti, suonando casse-spia, panchine e addirittura le assi dello stesso palco. Ed è qui che la serata tocca il picco, qui, quando i rimasti si affollano intorno agli In vivo Veritas cantando calorosamente, senza rendersi conto che ormai è l'una passata.
Vado a dormire come ipnotizzato, contento di aver vissuto un'altra esperienza di quelle che ti fanno crescere...

Philipe Mazzeo

martedì 29 maggio 2007

Intervista agli 'In vivo veritas'

Il 10 maggio 2007 si è conclusa con una grande festa la prima edizione del Festival Campus, tre giorni di musica organizzati dalla SACS, l'associazione degli studenti del campus universitario di Savona.
Ha vinto la formazone degli In Vivo Veritas composta da Alessandro Suffia alle percussioni e didjeridoo, Nicolò Lovanio alla fisarmonica, Antonio Micucci, la voce del gruppo, ed Emiliano Berchio alla chitarra.
Per saperne di più su di loro ci siamo fatti una bella chiaccherata.
-Complimenti, avete vinto il festival campus nella maniera migliore, facendo ballare la gente e concedendo anche molti bis!
"Sì, siamo contenti. Il nostro intento è quello di coinvolgere le persone e farle muovere. E quando ci riusciamo ci divertiamo talmente tanto che è difficilissimo femarci."
-Quanti anni ha questa formazione?
"Innanzitutto volevamo precisare che la formazione comprende anche un altro chitarrista-rumorista, Mirco Pedretti, che oggi non è potuto venire perchè è a casa con la moglie che aspetta un bambino, questa vittoria è anche sua.
È nata nell'inverno 2005, anche se ci si conosce da più tempo. In questi anni abbiamo trovato un'intesa che ci ha permesso di raggiungere un affiatamento, sia musicale che tecnico, tale da portarci a decidere di non provare più in sala per concentrarci, piuttosto, a sviluppare il modo di suonare dal vivo.
In questo modo possiamo perfezionarci sempre di più ad ogni concerto, acquisendo sempre maggior sicurezza, fino ad operare scelte tecniche come l'utilizzo di nuovi strumenti."
-Abbiamo notato una strana percussione...
"E' una percussione peruviana che si chiama Cajòn e ci siamo fatti costruire appositamente in legno policarbonato. A livello sonoro ti permette, a differenza della batteria, di suonare dal vivo in spazi piccoli come bar o piazzette, senza amplificazione e quindi senza coprire una fisarmonica piuttosto che una chitarra. Una cosa fondamentale per poter fare una musica popolare, sulla strada."
-Non provare prima richiede un approccio particolare con le serate dal vivo?
"Di solito in nostro approccio con i concerti si svolge in due fasi: nella prima sacrifichiamo una parte di repertorio per cercare di capire chi abbiamo di fronte, poi una volta riuscita a creare l'atmosfera cerchiamo di far muovere la gente. Suoniamo senza una scaletta precisa proprio per cercare di capire i gusti del pubblico."
-A proposito del vostro repertorio, abbiamo sentito anche alcuni pezzi di De Andrè. Una scelta molto impegnativa...
"Il problema è che ogni volta che facciamo un pezzo di De Andrè, che richiede arrangiamenti molto corposi, lo interpretiamo a modo nostro e non sempre piace alla gente, soprattutto a un pubblico come quello ligure per il quale quest'autore è sacro. Ma essendo noi liguri, lo sentiamo un po' anche nostro."
-Nella vostra musica si sente moltissimo la componente etnica, ma anche qualche sfumatura di folk. Quali sono le vostre fonti d'ispirazione?
"Noi veniamo tutti da esperienze diverse, quindi le nostre influenze spaziano, un po' a seconda dei singoli componenti, dalla musica irlandese o celtica a quella occitana, passando naturalmente per pizziche e tarante. In generale tutta la musica del folclore popolare.
Il piccolo brano che abbiamo letto sul palco stasera è preso da un libro scritto da Alcide Cervi che parlava di un'unità d'Italia basata sugli aspetti culturali e le diversità che trovano una dimensione di dialogo.
Pensiamo che questa band, nel suo piccolo, si rispecchi a questa realtà."
-In Vivo Veritas, da dove deriva il vostro nome?
"È il titolo del primo album dei "Mercanti di luquore", un gruppo milanese che abbiamo conosciuto grazie a Paolo Conte. Per noi ha anche un significato che si rifà a quello che dicevamo prima e che fa parte del nostro stile: la verità è dal vivo."
-Cosa ne pensate del mercato discografico italiano?
"L' impressione è sicuramente negativa. Per quel che riguarda il nostro genere, la risposta del pubblico è buona, però poi se accendi la radio non lo passano mai. In Italia il palinsesto delle radio è sempre lo stesso ripetuto tre volte al giorno. Siamo appena stati per una settimana in Irlanda a suonare, lì c'è molto più considerazione per la musica etnica."

-Avete mai pensato di potervi affacciare su un mercato straniero?
"Assolutamante sì, anche perchè l'estero offre molte possibilità anche a livello di esibizioni. Noi l'abbiamo sperimentato, il rapporto con la musica eseguita così, fuori dai nostri confini è molto diverso."
-Che programmi avete dunque per il futuro?
"Al momento questo progetto su De Andrè ci ha portato via un sacco di tempo, ma per il futoro volevamo dedicarci a fare sempre di più cose nostre. Prossimamente suoneremo il 27 giugno a Savona, al Raindogs. Poi a luglio saremo il 7 a Cairo con gli Yo Yo Mundi e il 14 a Rocca Verano con lo spettacolo su De Andrè. "

Francesco Maggi


giovedì 24 maggio 2007

L'emozione si fa musica

Tutto esaurito al Datch Forum di Assago per una delle prime tappe del “Soundtrack Tour” di Elisa. Dopo ore di attesa sia all'esterno del palazzetto che all'interno lo spettacolo finalmente inizia.
Le luci si abbassano,tutto buio. Ci si addentra così in un mondo parallelo, Elisa fa il suo ingresso sul palco e un boato la accoglie. La prima canzone è “Stay”, uno dei nuovi singoli presenti nel suo album. Il concerto inizia e veniamo tutti trasportati dalla musica, da quella voce. Elisa canta, balla, sul palco è presente anche un coro gospel formato da sei elementi che contribuisce a dare quel tocco di “soprannaturale”. Sì, proprio così. La sua voce dal vivo è qualcosa di inimmaginabile, delicata e al tempo stesso potente. Elisa è stata in grado di toccare note così alte che veniva da chiedersi se fosse “normale” poter riuscire a cantare così. Era totalmente trasportata dalla musica, sembrava una piuma che volteggiava nell'aria fatta di parole e note. Ci annuncia che canterà “Almeno tu nell'universo”, si sa che la canzone tocca note altissime ma lei la interpreta seduta a gambe incrociate sul palco, come se fosse la cosa più normale e naturale del mondo. L'emozione è stata tanta e forte, sembrava che Elisa facesse l'amore con la musica; con la sua voce ha toccato le note più profonde di tutti noi, ci ha regalato brividi indimenticabili. Dopo lo spettacolo, persi ancora in quel mondo magico dov'eravamo stati, la mente tornava all'inizio del concerto. Prima che Elisa salisse sul palco, era apparsa un frase sul mega schermo posto alle spalle del palco: “ Tra noi non è finita e mai finirà”. Solo in quel momento riuscivamo a capirne profondamente il senso.

Marzia Costantino

Digitale si, digitale no..


Sono ormai quasi dieci anni che l’uomo conosce il digitale applicato alla musica… quasi dieci anni che la musica viene visualizzata in maniera elettronica grazie ad interfacce e a dispositivi hardware e software, spesso paradossalmente “non suonata”, sempre e comunque “aggiustata” dalla grande “officina digitale”.
Sono ormai preistoria i grandi e ingombranti registratori magnetici a nastro che venivano impiegati negli immensi studi di registrazione; simili come principio ai vecchi impianti a cassettina, per altro molto di moda oggi sui banchetti di fiere di modernariato e roba vintage, permettevano di registrare su supporto, si diceva, magnetico tutto il lavoro del musicista. Pizze di nastro, sorelle delle omonime impiegate in ambito cinematografico, che implicavano tempo, fatica e denaro, che scaldavano il suono tramite la valvola, che riproducevano l’esecuzione umana fedele. La musica era d’elite, non per tutti. I dischi erano un concentrato di co-operazione di produttori, direttori di studio, tecnici del suono, assistenti e non ultimi per importanza – i musicisti. I dischi venivano “vissuti”. Le produzioni non erano ancora gestite dalle multinazionali della musica, sponsor e televisioni commerciali; gli artisti che registravano venivano considerati dei veri e propri canta-autori.
Poi, piano piano, le cose hanno iniziato a prendere una via diversa.
La combinazione dell’informatica e dell’elettronica si è incontrata con la musica, nel senso più largo del suo significato. Programmi super professionali che distruggono gli schemi fin qua gestiti: il produttore, il tecnico del suono, l’arrangiatore si fondono in un tutt’uno – te stesso. Chiunque, grazie al digitale, diventa produttore della propria “robaccia” suonata – non si ha più bisogno di un’orchestra per suonare, il burattinaio della melodia diventa colui che sta davanti allo schermo.
Ovviamente il vile denaro entra in gioco, e come al solito, non poco; nel senso che non è proprio che tutti tutti ora possano fare musica allo stesso modo. La competizione in ambito musico-digitale è alta, la concorrenza è spietata. I programmi migliori supportano ovviamente interfacce e componenti informatiche dalle qualità eccellenti e di conseguenza dal costo a volte un po’ alto. Gli studi di registrazione moderni e migliori arrivano ad investire tranquillamente alcuni miliardi delle vecchie lire in computer, casse, amplificatori e mixer tutti gestiti da una “scheda audio” esterna, che raccoglie tutto al suo interno in questa scatola nera fatta di bit, ricreando la magia della musica. Schede audio ormai ce ne sono di tutti i tipi, gusti e dimensioni: ce ne sono alcune specifiche per un determinato tipo di suono, altre che puntano a mercati cosiddetti di nicchia, lasciando un impronta ben precisa sul genere di sound riproposto. In casa, ognuno, con non troppi euro, può dilettarsi a piacere davanti al monitor e davanti a questi “giochini” di una fedeltà impressionante, può comporre e stravolgere ciò che più vuole in ambito musicale – diventa direttore d’orchestra di se stesso, cantautore digitale. Un po’ come funziona per la fotografia digitale o per il video digitale, con i loro programmi annessi.
Cosa attende, dunque, al mondo dei musicisti? A che cosa va incontro tutto l’universo musica? Queste le due grandi domande che pone il sottoscritto e alle quali risposta non trova… che l’audio-digitale possa cambiare così tanto la musica da renderla una cosa sintetica, asettica e priva di ogni significato? Come farà a spiccare un genere musicale o un nuovo fenomeno commerciale o un nuovo movimento associato ad un determinato suono? ... in quest’era del digitale, dove tutti fan tutto … ma solo pochi lo fanno bene…

Stefano Pecchio

Troppo lontani per Cannes…


Secondo voi, quanto dista Roma da Cannes? Quanto ci vuole, se ci si mette di buona volontà, ad arrivare sulla Costa Azzurra partendo dalla Città Eterna?
La risposta è facile….troppo! Soprattutto se a dover percorrere la distanza non è una macchina ma il nostro cinema. In questo caso la distanza si dilata sempre più, fino a diventare uno spazio immenso.
Ha infatti avuto inizio da pochi giorni il sessantesimo Festival del cinema di Cannes, e per l’occasione noi non siamo stati invitati. Moltissimi sono i film che partecipano alla manifestazioni, alcuni arrivati direttamente dall’impero del sol levante, ma da Cinecittà assoluto silenzio.
Certo, possiamo consolarci pensando che almeno qualche attore made in Italy è riuscito ad “imbucarsi” alla festa, ma comunque questo non cancella il fatto che siamo stai completamente snobbati.
E volete sapere di chi è la colpa di tutto questo? Ancora una volta la risposta è molto semplice….nostra!
Sonno anni oramai che il nostro cinema sforna film mediocri, se non addirittura assolutamente brutti, che hanno annoiato un po’ tutti.
È passato il tempo del grande Sergio Leone e dei suoi Western, di Totò e delle sue battute, di Rossellini e della sua “Roma città aperta”. Ormai il pubblico italiano si emoziona per Scamarcio e per le storielle alla “tre metri sopra il cielo….”, film dove le ragazze piangono e i ragazzi ci provano facendo finta di apprezzare.
Ma se tutto questo può andare bene per noi, di certo non può andare bene per Cannes. Laggiù, sulla Costa Azzurra, non le vogliono le nostre storie strappalacrime, i nostri film tutti uguali dove l’unica differenza un po’ sostanziale è il nome diverso del protagonista.
Spero che questo faccia aprire un po’ gli occhi ai nostri registi, ai nostri sceneggiatori, a tutti i ben pensanti che subito hanno preso la nostra esclusione come una immotivata offesa, un terribile sgarbo.
Il cinema italiano sta lentamente morendo, ma sembra che a noi vada benissimo così. Ed è questa la cosa veramente tragica; che noi siamo capaci di fare bei film, ma sembra che ultimamente ce ne siamo dimenticati. E finchè non torneremo a ricordarci come si fa, Cannes sarà sempre troppo lontana per noi!

Michele
Nisi


giovedì 26 aprile 2007

Gianna Nannini, tra rock e storia


Gianna: "Sul palco entro Pia ed esco troia."


In uscita ad Aprile il nuovo singolo di Gianna Nannini "Mura mura" tratto dall'album "Pia (come la canto io)". Ecco l'ennesimo contrasto che la rocker senese ci propone. Pia dei Tolomei , nobildonna che visse verso la fine del '200, sposò in seconde nozze Nello dei Palazzeschi. Si narra che quest'ultimo ,per gelosia, la rinchiuse nel Castel di Pietra in Maremma e la uccise. Troviamo Pia nel V canto del Purgatorio della Divina commedia, fra i morti che hanno subito violenza. Non sol Dante ha parlato di Pia ma anche moltri altri, la sua storia vive tramandata nelle campagne nel bruscello in ottave rime di tradizione toscana. Quindi la storia di questa donna è parte della cultura di Gianna, appartiene a Siena. A cinquant'anni compiuti, dopo più di vent'anni di carriera sembra che la portentosa cantante non finisca mai di stupirci. Ha realizzato il suo grande sogno, quello che aveva nel cassetto da anni e finalmente grazie all'appoggio del produttore David Zard è riuscita a realizzare. Il mercato della musica che impone ai cantanti di produrre solo "hit", solo pezzi in grado di scalare le classifiche prima d'ora non avrebbe mai potuto accettare di proporre un lavoro così troppo storico e poco redditizio.


Il rock-punk della Nannini fuso con la tradizione popolare toscana ha prodotto un bruscello-pop in ottava rima. Un lavoro portentoso.Le musiche sono di Gianna e i testi della scrittrice Pia Pera. Da questo lavoro usciranno un cd e un musical sempre alla maniera della cantante che sembra riuscire a cucirsi addosso tutto ciò che sente le appartenga.

Un'opera rock è una contraddizione in termini eppure lei c'è riuscita, ha osato.

Due canzoni di questo nuovo progetto sono state presentate al Festival di SanRemo. In un'atmosfera che ci porta indietro nel tempo, in una condizione d'animo quasi sacrale, l'esibizione ha inizio con la voce di Gianna che recita i versi danteschi: " Quando tu sarai tornato al mondo/e riposato della lunga via,/ Ricorditi di me, che son la Pia;Siena mi fé, disfecemi Maremma:/salsi colui che 'nnanellata pria disposando m'avea con la sua gemma/Siena mi fé, disfecemi Maremma". La prima canzone è "Dolente Pia" che ha una melodia grintosa, Gianna ha il ruolo di una zingara che si rivolge alla sventurata Pia.

Il pezzo ha forza, la cantante si muove sul palco alla sua maniera: con grinta, quasi a voler urlare fuori la rabbia di Pia: "..la vita torna nel Castello ma non per me". Attorno a Gianna ballano i Vagabond Crew: un gruppo dodici breakdancer francesi. Poi la seconda canzone: "Mura mura", che racconta la prigionia di Pia, il suo dolore più profondo. Questo pezzo è accompagnato da una musicalità medievale per eccellenza,tra gli strumenti ci sono il liuto, la ghironda e la viola da gamba. L' arpeggio sembra insistere su quella sensazione di privazione, di ricerca disperata e impossibile della libertà , della voglia di un corpo da stingere: " cerco un corpo,/contro i sassi affondo,/non c'è un'anima per me./La finestra ha cento sbarre, mille/non respiro più".


In quest'interpretazione Gianna diventa quasi trasparente, sottile, le parole sono lievi e alla fine conclude dicendo: "la prigione è non potersi chiudere dentro". Insomma chi se lo sarebbe mai aspettato dalla Gianna Nannini che tutti conosciamo,da quella donna che vive nel rock, quella di "America" e di "Scandalo", un'opera di questo calibro. Lei stessa più volte ha dichiarato: "Pia si è impossessata di me". La Nannini non era mai andata a SanRemo, con le sue canzoni troppo rock per quel palco. Stavolta infatti l'ha fatto perché non ci è andata lei ma Pia, la sua vita, la sua prigionia, la sua voce rimasta ingabbiata fra le mura in cerca di giustizia. Per la prima volta Gianna Nannini ha messo i tacchi e l'ha fatto per far salire sul palco dell'Ariston Pia. Infatti nella conferenza stampa prima dell'esibizione lei stessa ha dichiarato: "Sul palco entro Pia ed esco troia". Io aggiungerei, alla fine, che esce Gianna. Come sempre.


Marzia Costantino